LA CHIAMAVANO Mille MIGLIA

LA CHIAMAVANO MILLE MIGLIA

La chiamavano Mille Miglia: una nuova installazione dal titolo emblematico, Florencia rievoca un mondo e un’Italia ormai perduti, quella del “miracolo economico” dell’immediato dopoguerra, degli anni ‘50 e ‘60, con una serie di vecchie macchinine giocattolo, conservate in un lontano garage, scarnificate, bruciate dal fuoco, arrugginite, superstiti di un incendio che ne ha preservato quasi solo l’ossatura. “Quando me le hanno portate”, racconta Florencia “impolverate e mezze distrutte, la prima cosa che ho fatto è stata quella di dipingervi la bandiera italiana, con un gesto simbo- lico di appropriazione di un paese che ormai sento mio, ma che vedo distrutto immobile”.

Con questi modellini, perfette riproduzioni delle elegantissime Bugatti con cui Tazio Nuvolari sfrecciava negli anni ‘50 tra le campagne e la provincetta italiane nella famosa Millemiglia, Florencia ricrea voci e volti di quegli anni, e l’intensità emotiva che ci lega a quel clima ancora per noi mitico e meraviglioso, avvolgendo e ricoprendo quasi ossessivamente di tessuti intrecciati, aggrovigliati a forza, cuciti e ricuciti, i pezzi di manubrio, le ruote rotte, le capote, e aggiungendo foto di bambini, in una forma di ricostruzione di ciò che il fuoco ha distrutto e di quel periodo di storia italiana che i tempi hanno annientato, con una lotta contro il tempo che sembra essersi perfettamente cristallizzata.

“Le mille miglia chi può correrle? E, poi, in fondo, le miglia chi le sa contare? Sono come «ventimila leghe sotto i mari».
Profondità e misure sconosciute, universi come stanze buie: quando cerchiamo un muro dove appoggiarci, per ripartire,

non sempre lo troviamo.”

Mille Miglia
Mille Miglia

 

LA CHIAMAVANO MILLE MIGLIA 

 

 

LA CHIAMAVANO MILLE MIGLIA: INSISTERÒ FINO ALLA FINE

Cuciture e vene, capillari e sangue nella mostra La chiamavano Mille Miglia di Florencia Martinez. Punti come cicatrici. Un groviglio che ha qualcosa di organico, anche se di stoffa. E poi quei segni di sutura così forti, espressi. Però le cicatrici sono azzurre, rosse, la pelle a fantasia. Fiori e righe, colori . E’ una spirale che si fa gaia, sempre più vitale, mentre la guardi. E dentro, al centro di questo reticolo convulso – dove il ricamo è corona di spine , o rami di corallo – una visione. Il cuore. Con un ‘immagine che viene da lontano, da un mondo antico che sembra favola, e si incastona fra i tessuti. Genitori e figli, donne felici, bimbe vestite alla marinara.

E’ così che Florencia Martinez vede la vita oggi. Resistenza. Raccogliere le forze e muoversi intorno al nucleo dell’essenza. Ripartire. Meglio se con mezzi magici, provati da un accidente,  come le macchinine in mostra.

Perché resistere vuol dire anche trasformare. Il disagio in valore, il danno in nuova risorsa. Vuol dire raccogliere scorie e avanzi, scaglie del mondo superfluo o danneggiato, sentimenti di scarto, reperti di esistenze, e ridargli voce. Prima c’è l’occhio che li cattura, e sceglie – questi pezzi di mondo rotto, abusato – e li guarisce col proprio sguardo amoroso, poi c’è il gesto che li cura, riabilita, converte in pura bellezza.

Ecco un gabbiano, un albero, una bimba
con il vestito a fiori ritratta sola o insieme alla madre e poche parole stampate a raccontare il coraggio di crederci: è
la nuova serie “Insisterò fino alla fine”, che insieme alla rielaborazione delle auto d’epoca rappresenta il lavoro più recente di Florencia.

Nelle opere stampate su stoffa e arricchite dagli interventi di cucito e ricamo, l’invito a non arrendersi. Mai. sempre lo troviamo.”

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